DETTAGLI

L'amore è un cane che viene dall'inferno
...e porta con sé le proprie agonie
Claudio Bettolo, Claudia Bonandrini, Massimo Brazzini, Silvano Bruscella, Stefano Calcinella, Giovanni Cerri, Giorgio Da Valeggia, Giorgio Del Basso, Anna Epis, Marina Falco, Ramona Gliga, Ivan Grebenshikov, Birgir Johansson, Nadia Magnabosco, Virginia Panichi, Lorenzo Pietrogrande, Branko Rakić, Giacomo Rossi, Alessandro Sala, Samuela Segato, Senso, Jacopo Silvestri, Angela Viola, Attilio Zanchi, Giulio Zanet, Sasha Zelenkevich.
A cura di:
Lorenzo Argentino, Vera Carminati
Spazio 2/Giovanola
Altro…
Una reazione dei sensi, una poesia carnale, senza redenzione. Un’epica dell’eroe ridotto all’osso, senza fronzoli. Los Angeles come Itaca, e come il mare. Insidie e donne, dee e puttane. Bukowski vuole una adesione totale alla terra. È ciò che reclama, con la forza di difendere un valore, senza ideologie. La finitezza resa estrema è la chiave per la comprensione dell’uomo. Un uomo che è urlo di dolore, belva che placa la sua fame, desiderio che non si lascia addomesticare. Un gatto, un uccello, la tigre, l’assassino. Sullo sfondo amore, sguardo di bambino: uno stupore che fa brillare di una luce pura, e tagliente, il senso di una bellezza semplice, ingenua, ingiusta. Immeritata come il dolore. Assurda leggerezza e notti come piombo: Bukowski scrive la contraddizione. Sull’orlo, sul confine, si muove tra due mondi, smascherandone le forze oscure, le intricate trame, alla luce impietosa di un sole splendido e lontano, di una luna fredda e del suo fascino terribile. L’Europa è nei suoi versi: la musica, la letteratura, Mahler e Brahms, Céline. Nietzsche e Schopenhauer: lucidi pensieri che non hanno bisogno di consolazione. Ma soprattutto l’America e la sua ostinata negazione: forse Whitman, il sogno e la delusione, il jazz, le strade delle città come ragnatele e bar, e fumose stanze e speranze esangui scavate dal niente. Ancora la contraddizione è protagonista. Euforia e amarezza, bellezza e nausea, sofferenza e passione, il dentro è fuori, il privato è il pubblico, il cesso è la polis. Bukowski vuole essere un idiota, chi si interessa solo di sé, del soddisfacimento della propria passione, come del nucleo più profondo della propria identità. Da odiare, eppure da accudire, difendere, affermare, da riconoscere con sguardo disincantato e sofferente, con l’orgoglio e la vanità di chi non ha alibi. Di chi scaglia via idoli o dei. Non ci sono schemi cui far presa, ma solo il tesoro di una tesa, micidiale volontà che persino il nulla e il delirio della follia sono costretti a lasciare intatta. Perfetta e meschina. Il nulla fa piazza pulita altrove, nell’horror vacui della istituzione totalizzante. È il nulla della passività, del potere, dell’oblio, dell’inganno. La poesia di Bukowski è veleno, ma anche antidoto, una perla indigesta che scardina sistemi e armonie, per distillare parole come pronunciate la prima volta. È musica, forse magia. Forse una nuova creazione… Forma asciutta, decisa, conchiusa nel suo essere irriflessa e primigenia. Le piante nel vaso, la brina sull’erba, donne, farfalle, automobili, un’aquila affamata che volteggia sulla solitudine, il diavolo, il sangue, l’alcool e l’abbraccio-prigione delle bottiglie vuote. Immagini stanche di morte, di disgregazione, cadaveri, il non senso e la disperazione si stringono a folgorazioni di una bellezza istantanea, abbacinante, con una naturalezza che è quella di chi crea, non di chi ripete. Così il poeta, il narratore dell’epica dell’antieroe si invischia nella finitezza opaca dell’anima, così individuale da avere il peso di una fisionomia, di un corpo -invecchiato, violato, malato, esaltato, scoperto, amato. E nello stesso tempo ha una vocazione universale, una tensione utopica che è sussulto, palpito, interrogativo. L’appello a un risveglio dal torpore della convenzione, che rinuncia alle semplificazioni, a separare i buoni dai cattivi, alle facili lusinghe della razionalità, della convivenza pacifica, della legge che compone, irreggimenta e rassicura. Così l’idiota fa politica. È l’esaltazione della precarietà e della debolezza della condizione umana. Il risveglio di Bukowski, ottenuto attraverso l’alternanza di scandalo e incanto è anti-illuministico. Non è la ragione che salverà l’uomo. Forse già perduto, dannato… l’amore come “un cane che viene dall’inferno”. Ma la passione è ciò per cui vale la pena sentire la contraddizione. Bukowski non cerca redenzione nei suoi racconti. Questo teatrino di maschere è dramma reale che sembra lasciare il marchio sulla carne, i volti dell’uomo sono tutti raccolti, giocati, scoperti. Non c’è via di scampo. Nessun bisogno di correggere o abbellire. Rassegnazione e insieme rivolta. Un rigurgito dall’inferno, un tuffo nel baratro, l’orrore, l’illimite, la pazzia. E in questa radura delle umane metafisiche, l’occhio del poeta è capace di una contemplazione radicale. Coglie e crea una bellezza struggente e inattesa, come un dono. L’arte di Bukowski oscilla tra ironia e ingenuità, passione e delusione feroce. È abissale ripiegamento, consapevolezza che sprofonda dentro se stessa, alla radice del male, del niente. Lo scherzo e l’assurdo procedono di pari passo. Il male è senza ragione. Anche il bene. E il riso, dissacrante, è l’ultima figura di un dolore totale. Ma nel pugno chiuso, disperato, che Bukowski scaglia contro l’uomo, non cenere, ma parole “magari monche e smozzicate”, senza maiuscole, lucenti come frutti, colorate come la città. Contro il rigor mortis delle parole limate, delle perifrasi accurate, del verbo cesellato, la parola semplice e scintillante. E l’idiota parla per tutti. LA CONTRADDIZIONE Artisti che hanno saputo farsi carico della contraddizione raccolgono suggestioni bukowskiane e modulano la loro voce sui racconti dell’antieroe. Fanno vibrare la potenza di quanto è restituito – intatto, pulsante – dalla parola, dal verso, dal diario, nella fluidità del colore, nella plasticità del segno, forte o morbido, nell’aura di una presenza sospesa: l’arte fuori e dentro il quotidiano fluire degli eventi. Odori, suoni, voci: tutto è nella pagina, una poesia che striscia “come un cobra” e afferra – nodo di dolore inestricabile – la gola. La finzione è realtà: nel movimento delle parole sono il ritmo della vita e della narrazione. Nelle immagini – visioni, suggestioni, presenze – di questa collettiva, le atmosfere di Bukowski. Tracce di un viaggio. Impronte sull’anima. Emozioni così poco retoriche da diventare concrete. Un segno, un sasso, una macchia. Il residuo di qualche passaggio. Astratto e tangibile. Corpo e silenzio. Pieno e cavo. Fantasia ed esistenza. L’arte che plasma l’immaginazione e l’arte della materia. Bukowski è qui, con tutte le sue contraddizioni. È la contraddizione dell’identità e del terrore di perderla, dell’affermazione del proprio valore e del sacrificio – sangue che stilla – di ogni passione. La passione è esplosione interiore, incontenibile se autentica, contrasta il grigiume squamoso, le tenebre, le cravatte. È l’indisciplina salvifica e distruttrice che Massimo Brazzini coglie: baci, occhi e cuore. Un attaccamento alla vita, alla sua radicalità nel valore dirompente degli impulsi primigeni. Un ritorno all’origine con Giacomo Rossi. L’anima e la scrittura ricondotti a istinto, fisiologia, movimento, forza universale, al loro ancestrale emergere. Un’insorgenza che ha la necessità del corpo, dell’urgenza e la libertà dell’arte, la bellezza di un cosmo perfetto e doloroso. L’identità è anche il luogo in cui prende sostanza l’incubo di una testa decollata, con Lorenzo Pietrogrande. Il prete, la sua promessa di una giustizia ultraterrena per chi si attiene alle regole e il matador, sacerdote della violenza, dell’eccesso ritualizzato, sono le due opposte minacce a cui la difesa ultima della propria singolarità deve opporsi. I due templi nei quali Bukowski non ha trovato pace, a costo di soffrire l’assurdità e il non senso della mancanza di valori garantiti. Nulla per un poeta è peggio della decapitazione: l’anima va difesa contro quanti mirano a strapparla. A estirpare identità come erbacce. Fosse anche la morte – ultima contraddizione – per affermare se stessi, nella solitudine, nell’autenticità. Dove trovare il fondo dell’uomo? Nella scelta della mortificazione, nella schiavitù dell’alcool: Anna Epis – ironica e dissacrante – confonde whisky e tisane nelle bottiglie e nei bicchieri. È una contraddizione ancora una volta estrema: tra il male della dipendenza e il riso, ultima figura del disincanto, cui Bukowski ci ha educato. Dov’è l’identità? È nello sguardo sugli altri, a distanza. Una solitudine desiderata e amata. Una solitudine da spettatore in cui Bukowski si rifugia, sottraendosi allo scorrere scontato della vita, per osservare, scavare, sorridere, occhio e corpo, sguardo e creazione. Nell’immagine di Giovanni Cerri, la sospensione dei rimandi triti del quotidiano. Il primo gesto, interiore, perché la poesia diventi quello che è. Precipitato di vita su un foglio. Vita essa stessa: “è il coltello di un accattone,/ è un tulipano, / è un soldato…” E gli altri allora? Che ruolo hanno in questa ricerca del proprio più profondo marchio? Gli altri per Bukowski sono ancora una contraddizione. Sono lo spettacolo – così emergono da concrezioni di colore gli sguardi abissali di Marina Falco, la curvatura di una spalla, la piega delle labbra. Lo spettacolo rispetto al quale il poeta si distingue. Ma sono anche il pubblico dei reading, cui il poeta dà in pasto se stesso, pur di essere riconosciuto, pur di trovare un altro sguardo, che lo confermi nella sua esistenza, nel suo sforzo di esistere. La solitudine ricercata e necessaria per la poesia – come l’alcool – è l’ambiguità della stanza di Giorgio da Valeggia. In essa riparo e prigione, attesa e presentimento di morte, forse una nuova vita, forse la grevità del lutto. Se la stanza è carcere e spazio esteriore dell’io, il corpo è il suo santuario. Da amare o da violare. Il dolore disperato di una metamorfosi e di una mutilazione nell’urlo – scavato e mai udito – di Alessandro Sala. Il piacere di un abbraccio intuito nell’universo intimo di Samuela Segato: nei come costellazioni, la pelle un pianeta. La donna è il luogo del riposo, finalmente. E – altra contraddizione – è la strega di Nadia Magnabosco. Un colpo di tacco ed ecco il sorriso sbieco del poeta disincantato, dell’uomo in balia di un femminino eterno che medica e maledice. La donna “magica e terribile” sa guardare al fondo, oltre le brutture, debolezze, diffidenze, dipendenze, per trovare orsetti di cenere e conchiglie di musica; su una riva dura, rovine e relitti. Claudio Bettola disegna un’isola per il viaggio di Ulisse. Un’isola di memoria e oblio, dove l’infanzia e la vecchiaia chiudono il cerchio, in un mare dalle onde di vetro. È questa l’identità ultima? I primi anni, la formazione, la violenza subita come cifra di una condanna già consumata, come un brutto film da cui non si riesce a uscire? Frammenti e istanti ritagliati da Giorgio Del Basso negli schemi perfetti di cornici preconfezionate dove vedersi vivere. Oppure il desiderio mai sopito “irresponsabile e negativo di non essere mai uguale a loro”… Mai come quelli che non sopportano la vita, le sue contraddizioni, che cercano di correggerla e addomesticarla. Contro l’asservimento agli schemi - poteri e contropoteri - Attilio Zanchi popola la tela di macchie, vibrazioni, gocciolature, emozioni cromatiche e curve vive. La rivoluzione dell’utopia. E l’artista afferma la propria identità come Bukowski: è gesto graffiante, mai contento, mai definitivo. Una necessità quasi animale bracca le nostre umane, comode abitudini. Con un’acredine micidiale e una nostalgia dolce. IL VIAGGIO È un viaggio. Nei labirinti della città, della mente – in ciò che avanza della razionalità -, del cuore – in ciò che è preservato dal male o ne è intaccato, senza cura. Il viaggio – come la passione – è ciò per cui forse vale la pena vivere. È esperienza e conoscenza allo stato autentico; senza i filtri della letteratura: l’uomo che incontra se stesso, se ne disgusta, se ne allontana. Invera la sua possibilità di esistenza nelle scelte, più o meno libere che gli sono date. E che sa prendere. Primo luogo del viaggio è la città. È la freddezza alienante di un sistema, vuoto di uomini, ma pieno di ordine, che la struttura lavorativa in quanto tale ha plasmato e che Romana Gliga ha saputo catturare con una luce secca, asciutta, nell’attimo in cui si addormenta o si risveglia. Nell’istante fuori tempo di un presente eterno, in cui i luoghi di lavoro sopravvivono a chi li abita. È deserto l’angolo grigio di Ivan Grebenchtchikov. Forse gli uomini sono altrove: a giocare – come i bambini – in un giardino proibito. Forse si sono invece liquefatti neitombini, evaporati nel vento, inghiottiti dal torpore del cielo. Hanno aderito a vetrine e auto fino a identificarsi con il girotondo dei prodotti di consumo. E il potere dietro la merce è lo stesso che si cela dietro la segnaletica, che fa ordine sulla strada e istruisce il viaggiatore distratto. La quiete pubblica è nemica della curiosità. Ma il caos è il palpito dell’umano. Il sussulto, il mostruoso e l’ordinario del nostro quotidiano disordine.Silvano Bruscella, con il Bukowski di Storie di ordinaria follia, attira nel vortice delle sue figure, frammenti di esistenza, giardini di delizie e torture. Manca una logica: tutto è istintuale, onirico e graffiane. Come il segno, duro, spigoloso, scarno. Nessuno sconto all’umanità, che è vita nelle sue brutture. Nei bisogni fisiologici, che Stefano Calcinella porta al centro. Il cesso è una tappa fondamentale del viaggio di Bukowski. Forse la meta, ironica, dissacrante, del nostro continuo tendere. Forse la speranza profana di poter esprimente – finalmente – se stessi senza censure. L’arte condanna e libera. Bukowski lo sapeva bene. E il corpo, l’esigenza fisiologica, l’urgenza della carne è ciò che Giulio Zanet porta alla ribalta – in un rovesciamento tutto bukowskiano tra l’osceno e il pubblico. Il viaggio trasforma e inverte le polarità che scandiscono la percezione della realtà. Pieno e vuoto, dentro e fori, noto e ignoto: tutto è giocato in limine. Un equilibrio precario. Bukowski, come Caravaggio, abita lo sospensione, il rischio, l’oscillazione sull’orlo dell’abisso. Angela Viola coglie l’attimo della soglia, del confine. La leggerezza e la morte, il balzo e il precipizio. Il viaggio nostro e di Bukowski è sempre arrischiato, precario. Non interessa la meta, più il percorso, l’imponderabile e il necessario nel momento in cui si toccano. Aurore e tramonti, ferite e innamoramenti sono anima della città in equilibrio instabile tra lutto e amore di Sasha Zelenkevich. Forse un’immagine dei luoghi in cui si giocano le emozioni. Forse il luogo stesso della poesia. I fantasmi delle folle e il delirio dell’ubriaco, condensati in linee pure, forme perfette, virginali, con la loro tensione geometrica, eppure consunte, sdrucite, vissute. Come un deposito interiore nella trama del colore, nell’identità che trova se stessa in un percorso dall’esterno all’interno. Da fuori, dalle strade della città, dal mondo degli oceani e dei giardini a Itaca. È Ulisse, seduto senza consolazione, quello di Jacopo Silvestri. Bukowski come l’eroe omerico. Il viaggio al momento della sosta: la ricerca insoddisfatta fa sentire il germe della sua aspirazione mai sopita. E in quell’attimo di niente – che è ozio e difesa d’identità – forse il mondo, i pensieri, i sentimenti trovano un centro, una carne cui aderire, un corpo che li renda parola, una pagina che ne faccia poesia o racconto. Una tela al centro di un vorticoso movimento centrifugo a contrastare la disperazione, la nullificazione, l’aggressione. L’umano in cui Bukowski fissa lo sguardo – questo è forse il senso stesso del viaggio intrapreso – è l’autentico, l’immediato, la sorgente, il fondo. Un fondo tremendo che genera la vita e la toglie. L’uomo di Branko è come Dio: decide della vita e dell’annientamento. Il carnefice supremo dispensa morte nell’assurdo della violenza, contro il suo doppio speculare. E l’uomo di Birgir Johansson è debole, afflitto, schiacciato, sconquassato. Colpito. Nudo a proteggere carne con la carne, è costretto a incassare, a lottare, al riso come protesta estrema, perché rinuncia alla violenza. Voto al sole e rifiuto della tenebra, una traccia – quella di Senso – che reagisce alle regole e alle costrizioni. Spazio e tempo in cui, pur aggredito e violato, ancora una volta “riderò di cuore nel luogo a me perfetto per sempre”. La città può essere infatti l’inferno del cuore. È la suggestione di Claudia Bonandrini: il sangue ha tinto il cielo, strade di insidie e minacce. Il viaggio si fa duro: incerti tra desiderio di fuga e attrazione. Ripulsa, ma anche uno strano potere di fascinazione: nella città forse un poeta, o un folle, la meraviglia di un mondo svelato da parole sorgive come zampilli… Nella città forse un angelo, come la Cass di Virginia Panici, in bilico tra tutto e nulla, bellissima e perduta.
Inaugurazione:
Lunedì
15/12/2008
alle ore
18.00
La mostra
resterà aperta da lunedì a giovedì in orario da definire
fino al giorno
14/1/2009
INGRESSO LIBERO

Disponibile catalogo in mostra
Info
Il Circolo sarà chiuso per le vacanze natalizie dal 19 dicembre 2008 all'8 gennaio 2009
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